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Il libro di Gian Antonio Stella "L'Orda, quando gli albanesi eravamo noi " uscito nel 2001 ha rappresentato un "uniquum" nello studio dell'emigrazione italiana. Diventando un best seller, ha aperto gli occhi a molti nostri connazionali su considerazioni prima solo rivolte a studiosi per studiosi. Era come se non volessimo, da italiani che ora ospitavano altre genti provenienti da tutto il mondo, sapere o ricordare quello che era capitato ai nostri connazionali. Pagine a volte amarissime e dolorose. Leggendo questo bellissimo e struggente libro sale un senso di dolorosa nausea e dall'anima profonda pietà; è un ritrovare nella memoria un tristissimo passato da confrontare con l'oggi, che ci impone un esame di coscienza. Questo libro dovrebbe essere letto e commentato per un'ora alla settimana nelle nostre scuole e lo dovrebbero leggere anche tutti i nostri parlamentari.

Di seguito la prefazione.

BEL PAESE, BRUTTA GENTE
L'Orda - Quando gli albanesi eravamo noi La rimozione di una storia di luci, ombre, vergogne


La feccia del pianeta , questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non eravamo considerati di razza bianca nei tribunali dell’Alabama. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti che ci dipingevano come «una maledetta razza di assassini». Cercavamo casa schiacciati dalla fama d’essere «sporchi come maiali». Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank in una Svizzera dove ci era proibito portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Finivamo appesi nei pubblici linciaggi con l’accusa di fare i crumiri o semplicemente di essere «tutti siciliani».

«Bel paese, brutta gente.» Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l’Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l’ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo «poveri ma belli», che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l’affetto delle popolazioni locali. Ma non è così.
Certo, la nostra storia collettiva di emigranti – cominciata in tempi lontani se è vero che un proverbio del ’400 dice che «passeri e fiorentini son per tutto il mondo» e che Vasco da Gama incontrava veneziani in quasi tutti i porti dell’India – è nel complesso positiva. Molto, molto, molto positiva. Abbiamo dato alla Francia pittori come Paul Cézanne il cui vero cognome era Cesana, statisti come Léon Gambetta che restituì l’orgoglio al suo paese dopo la sconfitta di Sedan o scrittori come Émile Zola, autore de I misteri di Marsiglia, Thérèse Raquin e del ciclo di romanzi naturalisti noti come I Rougon-Macquart, ma ricordato anche per l’invettiva J’accuse che, pubblicata da L’Aurore, gli procurò una condanna a un anno di carcere e l’esilio a Londra, ma riuscì a riaprire il caso di Alfred Dreyfus, l’ufficiale ebreo degradato e condannato per alto tradimento e destinato a essere riabilitato dopo una durissima polemica.

Abbiamo dato all’Argentina patrioti quali Manuel Belgrano che era figlio di un genovese ed è ricordato non solo come l’ideatore della bandiera nazionale bianca e azzurra ma anche come uno dei padri dell’indipendenza dalla Spagna, al punto che la sua data di nascita è diventata una festa nazionale: la Giornata dell’Emigrante Italiano. E poi scrittori come Ernesto Sabato, grandi musicisti del tango comeAstor Piazzolla, calciatori come Antonio Valentin Angelillo, mitici piloti automobilistici comeJuan Manuel Fangio, industriali come Agostino Rocca. Abbiamo dato all’Australia personaggi mitici come Raffaello Carboni, un garibaldino che in seguito al tracollo della Repubblica Romana del 1849 finì dopo mille avventure nel Victoria a fare il cercatore d’oro e guidò nel 1854 a Ballarat la rivolta dei minatori passata alla storia come l’atto di nascita della democrazia moderna nel nuovissimo continente e raccontata da Carboni in Eureka Stockade, libro che gli guadagnò l’ingresso tra i grandi scrittori australiani. Per non parlare dei produttori vinicoli come Dino «Dean» De Bortoli o dei politici come il governatore del Victoria James Gobbo o il sindaco di Sydney Frank Sartor.

E poi abbiamo dato all’Ungheria eroi nazionali come quel Filippo Scolari che viene lì ricordato come Pippo Spano. Al Venezuela libertadores come quel Simón Bolívar che, racconta Incisa di Camerana ne Il grande esodo, aveva tra gli avi un Ponte che veniva da Genova e un Graterol arrivato da Venezia. All’Inghilterra drammaturghi come Nicola Grimaldi, adottato nel sedicesimo secolo come Nicholas Grimald. Alla Russia decine e decine di operai specializzati, finiti come il friulano Domenico Indri addirittura in Cina a costruire la Transiberiana. E poi mercanti a tutta l’area del Mar Nero, al punto che ancora nel 1915 i cartelli stradali di Odessa erano in italiano. E un’intera classe dirigente all’Egitto di Abbas el Said, a metà Ottocento, quando l’italiano era così diffuso che veniva usato dal Cairo come lingua diplomatica.

Per non dire dell’America. Senza contare gli esploratori Cristoforo Colombo o Giovanni Caboto, le abbiamo dato alcuni degli uomini di spicco della sua storia. Come il toscano Filippo Mazzei, che finì nelle allora colonie inglesi dopo essere stato cacciato da Firenze per avervi portato di contrabbando una botte piena di libri illuministi e si guadagnò gran fama scrivendo sulla Virginia Gazette, su pressione di Thomas Jefferson, articoli fiammeggianti (firmati «Il Furioso») che teorizzavano il distacco da Londra e martellavano sull’idea che «tutti gli uomini sono per natura egualmente liberi e indipendenti», definizione che sarebbe entrata quale concetto-base della dichiarazione d’indipendenza americana.

E come non ricordare Lorenzo Da Ponte, che dopo aver scritto per Mozart i libretti delle Nozze di Figaro, del Don Giovanni e di Così fan tutte, finì a New York dove nel 1819, già vecchio, fondò la cattedra di letteratura italiana al Columbia College, destinato a diventare la Columbia University? Per non dire di Edoardo Ferrare, che durante la guerra civile fu l’unico generale a comandare una divisione composta interamente da neri liberati. O padre Carlo Mazzucchelli, che nel 1833 predicava tra i pellerossa e per primo mise per iscritto, con un libro di preghiere, la lingua sioux. O Antonio Meucci, che inventò il telefono (come ha decretato la Camera americana nel 2002 dandogli ragione dopo 113 anni in cui l’invenzione era stata attribuita a Bell) allestendo nella sua casa a Staten Island «un collegamento permanente tra il laboratorio nello scantinato e la stanza della moglie, che soffriva di un’artrite deformante, al secondo piano». O ancora Fiorello La Guardia che, dopo essersi fatto la scorza dura in Arizona (ricordò per tutta la vita l’insulto di un razzista che deridendo gli ambulanti italiani che giravano con l’organetto gli aveva gridato: «Ehi, Fiorello, dov’è la scimmia?»), diventò il più popolare dei sindaci di New York.

Non c’è paese che non si sia arricchito, economicamente e culturalmente, con l’apporto degli italiani. In 27 milioni se ne andarono, nel secolo del grande esodo dal 1876 al 1976. E tantissimi fecero davvero fortuna. Come Amedeo Obici, che partì da Le Havre a undici anni e sgobbando come un matto diventò il re delle noccioline americane: «Mister Peanuts». O Giovanni Giol, che dopo aver fatto un sacco di soldi col vino in Argentina rientrò e comprò chilometri di buona terra nel Veneto dando all’immensa azienda agricola il nome di «Mendoza». O Geremia Lunardelli che, come racconta Ulderico Bernardi in Addio Patria, arrivò in Brasile senza una lira e finì per affermarsi in pochi anni come il re del caffè carioca, quindi mondiale. Quelli sì li ricordiamo, noi italiani. Quelli che ci hanno dato lustro, che ci hanno inorgoglito, che grazie alla serenità guadagnata col raggiungimento del benessere non ci hanno fatto pesare l’ottuso e indecente silenzio dal quale sono sempre stati accompagnati. Gli altri no. Quelli che non ce l’hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille difficoltà nelle periferie di San Paolo, Buenos Aires, New York o Melbourne fatichiamo a ricordarli. Abbiamo perduto 27 milioni di padri e di fratelli eppure quasi non ne trovi traccia nei libri di scuola. Erano partiti, fine. Erano la testimonianza di una storica sconfitta, fine. Erano una piaga da nascondere, fine. Soprattutto nell’Italia della retorica risorgimentale, savoiarda e fascista.

Un esempio per tutti, il titolo del 27 ottobre 1927 del Corriere della Sera sull’affondamento a 90 miglia da Rio de Janeiro di quella che era stata la nave ammiraglia della nostra flotta mercantile, colata a picco col suo carico di poveretti diretti in Sud America. Tre colonne (su nove!) di spalla: «Il Principessa Mafalda naufragato al largo del Brasile. Sette navi accorse all’appello – 1200 salvati – Poche decine le vittime». Erano 314, i morti. Ma il numero finì tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7. A una colonna. E il commento del giornale, che invece di pubblicare il nome delle vittime riportava quello rassicurante dei sopravvissuti (!) tra i quali c’era il futuro «papà» del pandoro Ruggero Bauli, era tutto intonato al maschio eroismo del comandante Simone Gulì, inabissatosi con la sua nave: «Onore navale». Se ne fotteva, l’Italia, di quei suoi figli di terza classe. Basta estrarre dai cassetti i rapporti consolari, che avevano come unica preoccupazione la brutta figura che ci facevano fare i nostri nonni, i nostri padri, le nostre sorelle perché mendicavano o erano sporchi o facevano chiasso o andavano alla deriva verso i lupanari e la delinquenza. Ricordare il tira e molla interminabile, e concluso solo pochi anni fa, della legge per il voto agli emigrati. Sfogliare le lettere amarissime raccolte in Merica! Merica! da Emilio Franzina, come quella di Francesco Sartori: «Non posso mangiare il pane che è duro come un pezzo di ferro e non si bagna. Sono 14 giorni che siamo in Marsiglia: 4 giorni siamo vissuti a nostre spese, 4 giorni ci han passato un franco al giorno. Sono 6 giorni che ci fanno le spese a bordo che vuol dire sul bastimento. Io di questi ho mangiato tre giorni perché non ho denari da mangiare fuori. Si mangia da bestie» . O rileggere il reportage Sull’Oceano e le poesie di Edmondo De Amicis: «Ammonticchiati là come giumenti / sulla gelida prua mossa dai venti / migrano a terre ignote e lontane / laceri e macilenti / varcano i mari per cercar del pane. / Traditi da un mercante menzognero / vanno, oggetto di scherno, allo straniero / bestie da soma, dispregiati iloti / carne da cimitero / vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti» .

Di tutta la storia della nostra emigrazione abbiamo tenuto solo qualche pezzo. La straordinaria dimostrazione di forza, di bravura e di resistenza dei nostri contadini in Brasile o in Argentina. Le curiosità di città come Nova Milano o Nova Trento, sparse qua e là ma soprattutto negli Usa dove si contano due Napoli, quattro Venezia e Palermo, cinque Roma. Le lacrime per i minatori mandati in Belgio in cambio di 200 chili l’uno di carbone al giorno e morti in tragedie come quella di Marcinelle, dove i nostri poveretti vivevano nelle baracche di quello che era stato un lager nazista. I successi di manager alla Lee Jacocca, di politici alla Mario Cuomo, di uno stuolo di attori daRodolfo Valentino a Robert De Niro, da Ann Bancroft (all’anagrafe Anna Maria Italiano) a Leonardo Di Caprio. La generosità delle rimesse dei veneti e dei friulani che hanno dato il via al miracolo del Nordest. La stima conquistata alla Volkswagen dai capireparto siciliani o calabresi.

Immigrati Italiani E su questi pezzi di storia abbiamo costruito l’idea che noi eravamo diversi. Di più: eravamo migliori. Non è così. Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi. «Loro» sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: a milioni, tanto che i consolati ci raccomandavano di pattugliare meglio i valichi alpini e le coste non per gli arrivi ma per le partenze. «Loro» si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L’abbiamo fatto anche noi, al punto che a New York il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che « gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi». «Loro» vendono le donne? Ce le siamo vendute anche noi, perfino ai bordelli di Porto Said o del Maghreb. Sfruttano i bambini? Noi abbiamo trafficato per decenni coi nostri, cedendoli agli sfruttatori più infami o mettendoli all’asta nei mercati d’oltralpe. Rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Noi siamo stati massacrati, con l’accusa di rubare il lavoro agli altri. Importano criminalità? Noi ne abbiamo esportata dappertutto. Fanno troppi figli rispetto alla media italiana mettendo a rischio i nostri equilibri demografici? Noi spaventavamo allo stesso modo gli altri. Basti leggere i reportage sugli Usa della giornalista Amy Bernardy, i libri sull’Australia di Tito Cecilia o Brasile per sempre di Francesca Massarotto. La quale racconta che i nostri emigrati facevano in media 8,25 figli a coppia ma che nel Rio Grande do Sul «ne mettevano al mondo fino a 10, 12 e anche 15 così com’era nelle campagne del Veneto, del Friuli e del Trentino». Tanto è vero che, come ricorda Edoardo Pittalis nel suo saggio Dalle Tre Venezie al Nordest, Benito Mussolini arrivò un giorno a salutare una parata « di 93 madri con complessivi 1310 figli, una media di 14 a testa». Perfino l’accusa più nuova dopo l’11 settembre, cioè che tra gli immigrati ci sono «un sacco di terroristi», è per noi vecchissima: a seminare il terrore nel mondo, per un paio di decenni, furono i nostri anarchici. Come Mario Buda, un fanatico romagnolo che si faceva chiamare Mike Boda e che il 16 settembre 1920 fece saltare per aria Wall Street fermando il respiro di New York ottant’anni prima di Osama Bin Laden. Mancava poco a mezzogiorno, la strada davanti allo Stock Exchange, la borsa newyorkese, era piena di gente. Si arrestò un carretto tirato da un cavallo. L’uomo legò le redini a un palo davanti alla banca Morgan & Stanley che nel 2001 sarebbe stata nuovamente colpita dall’attacco alle Torri Gemelle, si sistemò il cappello e s’allontanò senza mostrare fretta. Pochi minuti e Wall Street fu squassata da un’esplosione spaventosa. Quando la polvere si posò e vennero finalmente spenti gli incendi che avevano aggredito tutti gli edifici intorno, furono contati 33 morti, oltre 200 feriti e danni
per due milioni di dollari dell’epoca. Il più sanguinoso attentato di tutti i tempi, e lo sarebbe rimasto fino alla strage di Oklahoma City, nella storia degli Stati Uniti. Rientrato in Italia subito dopo la strage, arrestato e mandato al confino a Lipari, ha raccontato
Chiara Milanesi su Diario, Mario Buda negò fino alla morte di essere stato lui l’uomo «dal forte accento italiano» che aveva lasciato lì quel carretto carico di dinamite. Come negò che fosse italiana la «firma» di tutte le bombe (decine: la più devastante nella sede della polizia di Milwaukee, 10 agenti uccisi) fatte scoppiare in quella violenta stagione americana. Bombe piazzate prima come «risposta preventiva» alle leggi restrizionistiche che stavano per essere varate contro gli stranieri e in particolare le «teste calde», poi come protesta contro il processo a Sacco e Vanzetti. Gli americani al contrario, come dimostra la didascalia alla foto del romagnolo («Mario Buda, l’uomo che fece saltare Wall Street») esposta alla mostra del 1999 The Italians of New York, non hanno mai avuto dubbi: ad accendere le micce furono gli anarchici italiani.

E in questa doppia versione dei fatti può essere riassunta tutta la storia dell’emigrazione italiana. Una storia carica di verità e di bugie. In cui non sempre puoi dire chi avesse ragione e chi torto. Eravamo sporchi? Certo, ma furono infami molti ritratti dipinti su di noi. Era vergognoso accusarci di essere tutti mafiosi? Certo, ma non possiamo negare d’avere importato noi negli States la mafia e la camorra. La verità è fatta di più facce. Sfumature. Ambiguità. E se andiamo a ricostruire l’altra metà della nostra storia, si vedrà che l’unica vera e sostanziale differenza tra «noi» allora e gli immigrati in Europa oggi, fatta eccezione per l’esportazione della violenza religiosa, un fenomeno che riguarda una minoranza del mondo islamico ma non ha mai toccato gli italiani (a parte il contributo al terrorismo irlandese e cattolico dell’Ira da parte di Angelo Fusco e altri figli di emigrati a Belfast e dintorni), è quasi sempre lo stacco temporale. Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo. Punto. Detto questo, per carità: alla larga dal buonismo, dall’apertura totale delle frontiere, dall’esaltazione scriteriata del melting pot, dal rispetto politicamente corretto ma a volte suicida di tutte le culture. Ma alla larga più ancora dal razzismo. Dal fetore insopportabile di xenofobia che monta, monta, monta in una società che ha rimosso una parte del suo passato. Certo, un paese è di chi lo abita, lo ha costruito, lo ha modellato su misura della sua storia, dei suoi costumi, delle sue convinzioni politiche e religiose. Di più: ogni popolo ha il diritto, in linea di principio ed entro certi limiti, di essere padrone in casa propria. E dunque di decidere, per mantenere l’equilibrio a suo parere corretto, se far entrare nuovi ospiti e quanti. Di più ancora: in nome di questo equilibrio e di tanti valori condivisi (la democrazia, il rispetto della donna, la laicità dello stato, l’uguaglianza di tutti gli uomini...) può arrivare perfino a decidere una politica delle quote che privilegi (laicamente) questa o quella componente. In un mondo di diffusa illegalità come il nostro, possono essere invocate anche le impronte digitali, i registri degli arrivi, la sorveglianza assidua delle minoranze a rischio, l’espulsione dei delinquenti, la mano pesante con chi sbaglia. La xenofobia, però, è un’altra cosa. «Ma perché questa parola deve avere un significato negativo?», ha sbuffato testualmente in televisione il presidente del consiglio Silvio Berlusconi nel maggio 2002. La risposta al vocabolario Treccani: «Xenofobia: sentimento di avversione per gli stranieri e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti razzistici e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi ». Più sbrigativo ancora il significato di xenofobo: «Chi nutre odio o avversione indiscriminata verso tutti gli stranieri». Nessuna confusione. Una cosa è la legittima scelta di un paese di mantenere la propria dimensione, le proprie regole, i propri equilibri, un’altra giocare sporco sui sentimenti sporchi dicendo come il leader leghista Umberto Bossi che «nei prossimi dieci anni porteranno in Padania 13 o 15 milioni di immigrati, per tenere nella colonia romano-congolese questa maledetta razza padana, razza pura, razza eletta». Una cosa è sbattere fuori quei musulmani fanatici che puntano al rovesciamento violento della nostra società, un’altra spargere piscio di maiale sui terreni dove dovrebbe sorgere una moschea. Una cosa irrigidire i controlli sugli albanesi che in certi anni hanno rappresentato un detenuto su tre fra gli stranieri rinchiusi nelle carceri italiane, un altro dire che tutti gli albanesi sono ladri o papponi. Vale per tutti, dall’Australia alla Patagonia. Ma più ancora, dopo decenni di violenze e stereotipi visti dall’altra parte, dovrebbe valere per noi. Che dovremmo ricordare sempre come l’arrivo dei nostri emigrati coi loro fagotti e le donne e i bambini venisse accolto dai razzisti locali: con lo stesso urlo che oggi viene cavalcato dagli xenofobi italiani, per motivi elettorali, contro gli immigrati. Lo stesso urlo, le stesse parole. Quelle che prendono alla pancia rievocando i secoli bui, la grande paura, i barbari, Attila, gli unni con la carne macerata sotto la sella: arriva l’orda!